ALFREDO MANTOVANO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALFREDO MANTOVANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, quarant’anni fa, l’8 novembre 1956, terminava la repressione nel sangue dell’eroica rivolta d’Ungheria.
Non sottraggo tempo prezioso a questa Camera, ma ritengo che sia doveroso per questo Parlamento, per il Parlamento di una nazione civile e democratica, ricordare il sacrificio di un popolo, il cui torto fu quello di dimostrare nei fatti, con la vita di tanti suoi figli, che la libertà e la difesa della propria tradizione millenaria sono preferibili a un’esistenza da schiavi; che sia doveroso ricordare le figure straordinarie dei martiri di quei giorni, sintetizzate da quella roccia che fu il cardinale Jozsef Mindszenty; che sia doveroso rendere onore ai ragazzi di Buda e ai ragazzi di Pest che offrirono il loro petto al piombo e ai cingoli dei carri armati pur di non rinnegare l’identità di un popolo.
Il ricordo di oggi non ripaga dei torti patiti dagli ungheresi anche e soprattutto ad opera dei governanti occidentali. In ossequio a Yalta, nessuno Stato al di qua della Cortina di Ferro levò un dito in loro difesa, mentre i comunisti italiani apprezzarono la repressione.
Il modo migliore per rendere onore a quegli eroi è non dimenticare che oggi, in nome della stessa ideologia che mosse nel 1956 le truppe del Patto di Varsavia, i diritti delle persone e dei popoli sono schiacciati in troppe regioni del globo.
Onoreremo quei morti se sapremo ricordare in modo adeguato questi vivi
(Vivi, prolungati applausi).
PRESIDENTE. Colleghi, credo che su questa tragica vicenda l’Assemblea debba osservare qualche attimo di silenzio
(Il Presidente, i membri del Governo e i deputati dei gruppi della sinistra democratica-l’Ulivo, di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dei Popolari e Democratici-l’Ulivo, della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, del CCD-CDU, Misto e di Rinnovamento Italiano si levano in piedi — L’Assemblea osserva un minuto di silenzio — Vivissimi applausi).