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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale




Politicamente scorretto

Rubrica aperiodica a cura di
Giovanni Formicola



Gl’idoli vanno spezzati. Soprattutto quando prendono la forma dell’ideologia. Tra i due termini non v’è solo un’assonanza fonetica. La comune etimologia – la parola greca «eidos», i cui significati vanno da «aspetto esteriore» a «idea», come risultato della contemplazione di una cosa e della sua natura – rimanda a una comunanza di significato. Simulacro sostitutivo della divinità è l’idolo; simulacro sostitutivo della realtà storica è l’ideologia.

Essa è il risultato della pietrificazione di un’idea, visione parziale che si irrigidisce e si fa centro — «tutto è ragione», «tutto è nazione», «tutto è materia», «tutto è economia», «tutto è sesso», «tutto è scienza»…: idolatria dell’idea —, e così smarrisce il senso della complessità e della vitalità organica del mondo umano. Idoli ed ideologie, dunque, sono un inganno: ostacolano il cammino storico degli uomini, sono segnali che mandano fuori strada, impediscono di tenere la direzione, quando non conducono nell’abisso, di cui i totalitarismi del XX secolo sono l’esemplificazione più chiara. Perciò vanno spezzati.

E per spezzarli occorre contrastare uno dei principali effetti di ogni idolatria, religiosa o filosofica che sia: il conformismo. Ogni falsità, infatti, ha bisogno di un clima di passività e superficialità per imporsi. Diversamente dal vero, che ha un dinamismo proprio ed è incompatibile con la pigrizia dello spirito. Naturalmente il rifiuto del conformismo non significa né può significare «spirito di contraddizione»: c’è una retorica dell’anticonformismo che è altrettanto insopportabile. Una cosa è la passività nel «volere quello che gli altri fanno» (Viktor Frankl, 1902-1997) – che porta inevitabilmente a «fare soltanto quello che gli altri vogliono» (Idem) –, altra è l’inserimento vitale e consapevole in una tradizione, che costituisce una comunità, che orienta — non obbliga, se non per l’essenziale: non uccidere, non rubare, etc. — nelle scelte esistenziali, che non lascia soli.

Del conformismo contemporaneo è tipica espressione il cosiddetto «politicamente corretto». Un insieme di piccoli e grandi tabù, di pregiudizi e di luoghi comuni, che l’ultima ideologia — travestita da anti-ideologia, da rifiuto delle ideologie —, il progressismo morbido relativistico e nichilistico, ha eretto negli moderni areopaghi contemporanei come un moderno idolum tribus.

È precisamente quest’idolo che vorrei contribuire a spezzare – di qui un titolo che potrebbe suonare scontato, ma che proprio nella sua «banalità» vuole significare un rifiuto dell’originalità a tutti costi, quella un po’ futurista –, opponendogli qualche verità storica e di principio, di quelle che oggi scandalizzano un po’, e ritornando ai «fondamentali», come li ha definiti autorevolmente il cardinale Camillo Ruini, incitando a «conservarli».

E poiché, per quanto non sia certo da incoraggiare di per sé, un po’ di spirito di contraddizione è sempre latente, soprattutto tra i giovani — ma non manca tra i «giovani di spirito», come chi scrive —, sarà un vantaggio, come insegna il filosofo francese Gustave Thibon (1903-2001), «[...] poter unire, nello stesso slancio, l’anticonformismo tipico della gioventù alla difesa del buon senso e del buon gusto che sono in genere attribuiti alla maturità. Perché, per una volta, la ribellione contro i pregiudizi ed il rispetto della tradizione e dell’ordine stanno dalla stessa parte».




Politicamente scorretto







a cura di
Giovanni Formicola


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Sugarco Edizioni, Milano 2008,
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Enzo Peserico,
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Sessantotto,
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Marco Invernizzi,


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