Finché l’impero socialcomunista di matrice sovietica è vissuto, la memoria delle vittime del comunismo è rimasta confinata nel mondo dell’emigrazione e del dissenso oppure è allignata nei gruppi – sempre minoritari – di resistenza anti-comunista dei Paesi occidentali. Si trattava quindi di una memoria frammentaria, sia per la molteplicità e personalizzazione delle fonti, sia per l’impossibilità di attingere ai dati veri, chiusi nei forzieri del Kgb e del governo sovietico. La situazione era stata ben diversa dal caso del nazionalsocialismo: a differenza della Germania, occupata integralmente dagli Alleati e per anni percorsa in lungo e in largo dalle organizzazioni governative e dai servizi segreti di varie potenze, l’Urss si rivelava non solo una fortezza impenetrabile, ma a sua volta estendeva i tentacoli del suo apparato clandestino ai Paesi medesimi dell’Occidente, intossicandone ogni tentativo di dare del regime comunista un’immagine reale. L’unico sforzo serio per giungere almeno a un computo delle vittime comunismo risale agli anni 1960 quando il Senato statunitense creò una commissione
ad hoc, che pubblicò due rapporti,
Il costo umano del comunismo e
Il costo umano del comunismo in Cina, il primo dei quali fu tradotto – unica pubblicazione del genere in Italia – dalle Edizione del Borghese di Milano. Le cifre che avanzava, con ovvie riserve, lo studio americano lasciavano sgomenti, attestandosi non sull’ordine delle migliaia ma dei milioni: venti, per la precisione, per Mosca e circa cento per Pechino.
Il rapporto Usa rimase in ogni modo un caso isolato. Solo dopo la fine dell’Urss negli anni 1990 grazie a iniziative «corsare» come quella di Vladimir Bukovskij o a «tradimenti» di uomini dell’apparato come Vassili Mitrokhin qualcosa dagli archivi sovietici iniziò a trapelare. Anche nella nuova Russia di Eltsin nacquero varie iniziative – come Memorial – per riconquistare la memoria delle vittime del regime, cercandone le sepolture clandestine, pubblicandone le opere, organizzando eventi religiosi di suffragio. Il quadro, ciononostante, rimane ancora largamente vago e i luoghi e le raccolte documentarie da esplorare ancora numerosissimi.
Per quanto concerne il comunismo asiatico-orientale, non essendo caduto alcun Muro, la memoria delle vittime è ancora affidata alle sparute memorie degli scampati alla macchina repressiva cinese, vietnamita e birmana. Ci sarà un 1989-1991 anche a Pechino? È una speranza concreta ma anche un pronostico non dei più facili, di sicuro quanto ai tempi…
Tuttavia le iniziative in Occidente, dopo il 1991, nonostante l’apparato creato dall’impero rosso in Occidente sia, benché acefalo, ancora vivo e vegeto e remi tuttora contro, non si sono arenate. Abbiamo già avuto modo nel 2007 di segnalare l’erezione a Washington di un monumento – uno dei pochissimi esistenti nel mondo – alle vittime del comunismo. Esso, sebbene talmente piccolo – e collocato in zona semi-centrale – che nemmeno gli abitanti della capitale americana paiono rendersi conto della sua esistenza, è importante non solo perché, come detto, uno dei pochissimi, ma perché sul basamento reca una dedica alle «più di cento di milioni di vittime» della tirannide rossa. Del monumento è stato sponsor e inauguratore lo stesso Presidente George Walker Bush e quindi la cifra impressa nel granito si può considerare in certa misura come accettata e resa ufficiosa, se non ufficiale, dal governo statunitense.
Ora le iniziative del genere proseguono, almeno negli Usa. The Victims of Communism Memorial Foundation di Washington
http://www.victimsofcommunism.org, già promotrice del monumento, sta per inaugurare (ma alcuni materiali sono già accessibili fin da ora) un museo virtuale delle vittime del comunismo
http://www.globalmuseumoncommunism.org/che segnaliamo al nostro pubblico nell’auspicio che iniziative simili si moltiplichino
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