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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


13 giugno 2009

Capitolazione al Cairo?




Il vero senso del recente discorso del Presidente Obama al mondo musulmano al Cairo è l’America che sta voltando le spalle agli ebrei in un momento in cui si prospetta per loro un altro Olocausto.

Obama ha invocato un «nuovo inizio» delle relazioni fra gli Stati Uniti e la civiltà islamica, ha lodato l’impegno islamico per la «pace», per la «giustizia» e per la «tolleranza religiosa», ha elencato i presunti contributi del mondo musulmano alla storia: l’algebra, il compasso e il torchio da stampa, fra gli altri.

Il problema è che tutto ciò è falso. Lo sbilanciamento di Obama a favore di «Arab street» è accompagnato da una massiccia fiction multiculturale. Obama crede che blandendo all’eccesso l’islam in qualche modo potrà convincere il mondo musulmano ad abbracciare l’America e l’Occidente. «Il sacro Corano dice: "Sii consapevole di Dio e dì sempre la verità"», ha detto Obama, citando il libro sacro musulmano. Ma il suo discorso è macchiato di bugie.

Non è stato l’islam a inventare l’algebra bensì i greci; il compasso ci è stato dato dai cinesi e Johannes Gutenberg, un tedesco, ha creato il moderno torchio a stampa. E che cosa dobbiamo aspettarci ancora: che l’islam sia l’inventore di Internet?

L’allocuzione di Obama, tuttavia, è stata qualcosa di più di un esercizio puerile e patetico di «political correctness». Sarà ricordato invece come il momento decisivo nella storia in cui gli Stati Uniti hanno cessato di essere una superpotenza. Depauperata della fiducia in se stessa e del senso di un grandioso destino, l’America ha scelto la politica dell’appeasement al posto di quella del contrasto, le bugie invece della verità, l’illusione contro la realtà. Al cuore del discorso di Obama, così come al centro della sua politica estera, sta l’idea che noi non siamo «in guerra» con l’islam. Il problema vero è esattamente opposto: è l’islam politico che è in guerra con noi o, per essere più precisi, sono i fondamentalisti radicali a essere decisi a distruggere l’America, Israele e l’Occidente.

Secondo il mantra dei liberal la maggioranza dei musulmani è fatta di moderati non violenti, il che è innegabile. Però non è questo il punto.

Durante gli anni 1930, la politica internazionale di appeasement era fondata sul concetto secondo cui la maggioranza dei tedeschi erano gente rispettabile che voleva solo la pace e l’auto-determinazione nazionale. Fu così che il Primo Ministro britannico Neville Chamberlain prese la fatale decisione di cedere i Sudeti, la regione cecoslovacca a etnia tedesca, al regime nazionalsocialista di Adolf Hitler.

Tradendo i cechi alla conferenza di Monaco di Baviera, Chamberlain credé di aver assicurato la «pace al nostro tempo». Invece, aveva solo incoraggiato Hitler a scatenare una guerra di conquista. Il risultato finale è stato una Europa in frantumi, cinquanta milioni di morti e l’Olocausto. Il fatto che vi fossero innumerevoli tedeschi moderati e anti-nazionalsocialisti allora non volle dire un bel nulla. Il loro rifiuto di opporsi al razzismo ariano di Hitler aveva accelerato la marcia di costui verso il potere e verso la distruzione. La storia rivela che spesso sono le minoranze militanti e non le maggioranze ragionevoli a guidare gli eventi.

Nel mondo musulmano, gl’islamisti sono in marcia: rappresentano forse solo il 10 per cento della popolazione musulmana, ma ammontano a quasi 150 milioni di persone. Nel suo discorso Obama ha menzionato solo di rado la democrazia e non ha mai pronunciato la parola «terrorismo».

Ma il Medio Oriente non necessita di maggior empatia o di sensibilità multiculturale: piuttosto ha bisogno di udire parole di verità fredde e dure: la sua arretratezza è dovuta alla mancanza di una modernità illuministica e di una democrazia liberale. I despoti della regione coltivano l’odio anti-semitico e anti-americano per distrarre i cittadini dal loro radicalmente cattivo governo. L’assenza di libertà di stampa, di responsabilità politica e di legalità alimentano solo una forma di fascismo islamico. La tenebra della dittatura genera il jihadismo: per prosciugare il pantano del terrorismo occorre una riforma democratica di tipo «sistemico», cosa che Obama non intende ammettere apertamente e francamente.

Avrebbe potuto chiedere che la corrotta autocrazia egiziana liberasse i dissidenti democratici che languiscono nelle sue carceri, avrebbe potuto pretendere che l’Arabia Saudita non finanziasse più le madrasse – le scuole coraniche – fondamentaliste, avrebbe potuto chiedere ai governanti arabi di smettere di perseguitare ebrei e cristiani, avrebbe infine potuto invitare la Siria a cessare il suo sostegno ad Hamas e a Hezbollah: ma non l’ha fatto.

Al contrario, il discorso di Obama ha evidenziato qual è il principio-cardine della sua politica estera: la linea dura verso Israele. Ha ripetuto il suo appello per uno Stato Palestinese indipendente e perché Gerusalemme blocchi l’estendersi degl’insediamenti dei coloni.

Ma il problema-chiave della regione mediorientale, non è la Palestina: è l’Iran.

Obama sta ripetendo il tragico errore di Chamberlain, questa volta con gl’israeliani nel ruolo dei cechi, ovvero dell’agnello sacrificale sull’altare dell’appeasement. Funzionari di alto livello dell’intelligence israeliana ammettono che l’amministrazione Obama ha detto in privato al Primo Ministro Benjamin Netanyahu che Washington può convivere con la bomba atomica iraniana e che Obama crede che si tratti solo di questione di tempo perché ciò accada. Inoltre, se Israele attaccherà i siti nucleari iraniani per impedire che i mullah si costruiscano la bomba, a Gerusalemme e non a Teheran sarà rimproverato un eventuale conflitto militare.

L’amministrazione Obama pensa che l’arsenale nucleare di Israele possa fungere da deterrente strategico nei confronti della bomba iraniana allo stesso modo in cui la «mutually assured destruction» [garanzia della reciproca distruzione] (MAD) fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica ha mantenuto la pace durante la Guerra Fredda. Ma l’Unione Sovietica era una potenza razionale e atea. La «mullocrazia» iraniana è invece un regime messianico e apocalittico di confessione sciita, disposto a sacrificare milioni d’iraniani per giungere alla Soluzione Finale.

L’ayatollah Hashemi Rafsanjani, uno dei cosiddetti «moderati» nonché predecessore del Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, ha dichiarato solennemente che Teheran non si farà fermare dal timore di una rappresaglia israeliana. «Se verrà il giorno in cui il mondo dell’islam disporrà delle armi che Israele ha oggi in suo possesso – ha detto – […] l’uso dell’arma atomica non lascerà più alcunché di sopravvivente in Israele, mentre produrrà solo qualche danno nel mondo musulmano». In altri termini, i mullah credono che l’Iran possa sopravvivere a uno scontro nucleare, mentre Israele no.

Queste sono parole e idee da pazzi: ma a Obama mancano il coraggio e la volontà di contrastare i più mortali nemici dell’America.

Jeffrey Kuhner

[Articolo apparso su The Washington Times, 13-6-2009; trad. red.]













Jeffrey T. Kuhner




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Il «modello Peròn»
(12 febbraio 2009)



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